June 24, 2024
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Nel cuore della notte a Varanasi, quando il sacro fiume Gange scorre placido sotto il manto scuro del cielo, si crea un’atmosfera magica dove tutto può succedere.

Le luci dei lampioni galleggiano sull’acqua, creando riflessi scintillanti che sembrano danzare al ritmo del vento. Varanasi, conosciuta anche come Benares o Kashi, è una delle città più antiche del mondo. Nelle  sue strette stradine la vita brulica ininterrotta da più di tremila anni.

Luogo sacro per gli indù dove il ciclo della vita e della morte è vissuto con una spiritualità profonda e tangibile. Dopo il tramonto, quando la luce del giorno lascia spazio al crepuscolo, lungo le rive del fiume Gange, i ghat si trasformano in un teatro di luci, ombre, dove rituali millenari continuano a perpetuarsi. uguali e immutabili.

Il riflesso delle pire funerarie che bruciano incessantemente illuminano,di un bagliore arancione e rosso, i ghats  Manikarnika  e Harishchandra. Questi sono i ghat destinati ai i riti funebri e la loro atmosfera è a dir poco surreale. Il silenzio  è rotto solo dal crepitio del fuoco. Le pire ardenti, con le fiamme che danzano verso il cielo, creano un contrasto vivace contro il buio che avvolge la città. L’odore acre della legna che arde, riempie l’aria, creando un’atmosfera carica di significato e solennità. I corpi avvolti in drappi colorati, adornati con fiori, vengono trasportati, cantando le lodi a Rama, attraverso stretti vicoli fino ai ghats. Ogni corpo rappresenta una vita vissuta, una storia conclusa e una nuova rinascita nel ciclo del samsara. Per gli indù, cremare qui i propri cari  è un atto di grande devozione, poiché si crede che l’anima possa raggiungere la moksha, la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni.

Il fiume Gange scorre placido, e il suo riflesso cattura le luci delle pire, creando uno scenario quasi ultraterreno. Le barche a remi che solcano le sue acque si muovono lente, le imbarcazioni più grandi, a motore, scoppiettano e sbuffano fumo. Pellegrini e curiosi, a bordo dei natanti, osservano e scattano foto. Le barche scendono fino a Manikarnika Ghat, qui girano, si avvicinano alla sponda, si fermano qualche minuto e poi risalgono la corrente. È in questi momenti, tra le ombre e le luci delle pire funerarie, che Varanasi mostra la sua essenza più profonda. Qui, la vita e la morte si intrecciano in un eterno abbraccio, ricordando a chi osserva l’impermanenza dell’esistenza e la continua ricerca del divino. Nella tranquillità della notte, mentre i corpi bruciano e le anime si elevano, Varanasi racconta la sua storia più antica e sacra.

In una di queste notti cariche di magia mi trovavo a Manikarnika Ghat  immerso in questa atmosfera solenne e sacra. Non ricordo da quanto tempo ero seduto sui gradini più alti del ghat. Da quella posizione privilegiata guardavo il fiume Gange. Le pire funebri ardevano incessantemente, una luce tremolante creava ombre danzanti sui volti dei presenti. Tra i molti che si trovavano lì, due anime destinate a conoscersi stavano per incrociarsi in modo inaspettato, ed io ne sarei stato testimone e narratore.

Esile, vestito con una tuta bianca, i capelli rasati e un’urna funeraria in mano, Marco, un giovane torinese, era arrivato a Varanasi  per rendere omaggio al suo defunto padre. Anche se erano trascorse settimane, la perdita del papà lo aveva toccato nel profondo dell’ anima. Era un dolore ancora da metabolizzare e la sofferenza gli aveva scavato il viso. A Torino in un mattino di pioggia c’era stata la cremazione e poi Marco era stato impegnato ad organizzare il viaggio. Era preoccupato, avrebbe dovuto nascondere le ceneri nel bagaglio da stiva. Certo sapeva di correre un rischio ma era l’unico modo per poter esaudire le ultime volontà di Alberto. Ne era consapevole e si sentiva il peso della responsabilità ma allo stesso tempo ne era profondamente onorato.

Era partito tre giorni prima, di martedì il biglietto costa meno. Aveva abbracciato mamma Ida e Marta la sorella più piccola. Poi Il volo diretto da Milano fino a Delhi, il controllo documenti, le mani sudate e il terrore di essere fermato per un controllo bagaglio. Poi in treno, di notte, fino a Varanasi. Non era al suo primo viaggio in India. Ci era già stato altre volte anche con Alberto, ma questa volta era diverso. Aveva deciso di portare le ceneri del padre al Gange da solo, non aveva cercato compagni di viaggio. Gli sembrava giusto cosi, un ultimo viaggio insieme intimo e riservato. Cosi seguendo l’antica tradizione indù che avrebbe donato la liberazione dell’anima e la pace eterna ora era li. Aveva atteso la notte in guest house, l’ oscurità gli dava più sicurezza. Si era diretto, con le ceneri strette al petto, percorrendo le strette vie della città vecchia, verso Manikarnika Ghat. A quell’ ora le viuzze solitamente trafficate da una folla colorata erano quasi deserte. Le cataste di legno da ardere indicavano chiaramente che era giunto a destinazione. Le fiamme ardevano nel buio. Quella notte gli sembrava davvero il momento perfetto per onorare il desiderio del padre.

Anjali, una ricercatrice di antropologia culturale, era a Varanasi per studiare i riti funebri e la loro importanza nella cultura indiana. Era una giovane ragazza di Mumbai, affascinata dalla spiritualità e dalle tradizioni che permeavano la vita quotidiana di questa città santa e antica. Indossava un saree verde e sulle spalle una grande sciarpa di cotone di un verde più acceso. Un fisico esile, un viso rotondo dalla pelle olivastra e un sorriso dolce. Un taglio di capelli insolitamente corto le donava una certa originalità. Non era particolarmente bella e passava certo inosservata tra la folla. Seduta sui gradini osservava le cremazioni da lontano, rispettando profondamente i riti e cercando di comprendere il significato profondo di ogni gesto e preghiera. Prendeva appunti su un piccolo libretto rosso magenta. Si guardava intorno curiosa. Se avessimo potuto guardarla negli occhi da vicino, avremmo certamente notato due occhi luminosi e curiosi, forse anche per merito del sapiente uso del kajal. Orecchini in argento e pietre verdi dondolavano ai lobi delle orecchie.

Mentre Marco scendeva i gradini e si avvicinava al ghat con l’urna delle ceneri del padre, i suoi occhi incontrarono quelli della ragazza indiana. Entrambi sentirono un’immediata connessione, un brivido, una inspiegabile attrazione, come se le loro anime si riconoscessero in mezzo al dolore e alla ricerca di significato. In mezzo a tutta quella gente per un attimo si sentirono soli.

Marco, nonostante il dolore, nonostante il momento, fu colpito dalla profondità negli occhi color cenere che con empatia gli leggevano il volto. Lei, a sua volta, sentì una compassione profonda per il giovane uomo e il suo evidente lutto. trovava anche curioso un europeo di bianco vestito con un urna in mano..

Anjali, istintivamente, rompendo la barriera dell’estraneità e armandosi di una sfrontatezza che non le apparteneva si avvicinò a Marco e gli offrì un sorriso gentile. “Posso aiutarti in qualche modo?” chiese in perfetto inglese, con una voce dolce e rispettosa. Marco, sorpreso dalla gentilezza inaspettata, annuì lentamente. “È per me difficile essere qui,” disse, “e non sono sicuro di come procedere con il rito.”

Anjali, che aveva studiato questi rituali per anni, spiegò pazientemente i passaggi. Fecero tutto come se fossero le uniche due persone presenti. Marco seguiva le precise indicazioni che lei impartiva con rispetto e dolcezza. Poi Insieme, camminarono fino al bordo del fiume, dove Marco immerse l’urna nel Gange, permettendo alle ceneri di disperdersi nelle basse acque sacre. Durante questo momento, il silenzio era rotto solo dal mormorio del fiume e dal crepitio delle pire, dallo scoppio dei motori dei barconi e da qualche guaito di cane .

Dopo aver completato il rito, Marco e Anjali rimasero in silenzio a guardare il fiume, barchette di fiori fluttuavano tra la corrente. Pensieri profondi fluttuavano nelle loro menti. Restarono cosi in un limbo senza tempo e senza spazio uno di fianco all’ altro. Marco sentì rivoli di sale scorrere sulle guance, una leggerezza crescente nel cuore, una sensazione di pace che non provava da giorni. Guardò Anjali e disse: “Grazie. Non so come avrei fatto senza di te.” Gli occhi di lei erano lucidi, Marco scoppio in un pianto liberatorio. Anjali lo abbraccio e sorrise : “Non devi ringraziarmi. È il minimo che potevo fare. Anche io sono qui per trovare risposte, e credo che a volte le anime si incontrano per un motivo.”

Sui gradini del ghat uomini, sadhu, cani e vacche, intenti nelle loro faccende non si curano di me, di Marco, di Anjali. Qualcuno mi picchia su una spalla. Mi volto, Golu Mishra, mi guarda ridendo. La pelle scura contrasta con il largo collo della camicia bianca. un maglioncino rosso acceso e un paio di jeans completano il suo outfit. Non lo vedo dal giorno prima. con il gesto di chi si appresta a bere mi chiede “chai”. Mi alzo lo seguo zigzagando tra la gente, i cani e le vacche. Mi volto verso la riva del Gange, Marco e Anjali sono ancora la in piedi. Parlano e sorridono.

il chaiwala mi porge la seconda tazza in terracotta della serata. Il chai come sempre è bollente, dolce e sapientemente speziato. Il mio amico Golu, seduto su uno sgabellino di plastica, chiacchera, gesticola e chiacchiera. Io non ci sono con la testa, il mio pensiero e altrove. In un altrove a poche centinaia di metri da li o in un altrove nella mia mente. Questa notte, in India a Varanasi a Manikarnika Ghat, tra le fiamme sacre e le acque purificatrici del Gange, due sconosciuti hanno trovato conforto e comprensione l’uno nell’altro. Ne sono stato testimone o  forse non mi sono mai mosso da qui e ho solo sognato e sperato che tutto ciò nella magica India  fosse possibile.

Di notte a Varanasi, sotto il manto scuro del cielo, quando il  sacro fiume  Gange scorre placido  si crea un’atmosfera magica dove tutto può succedere. Persino sognare ad occhi aperti.

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