19 January 2026

Haridwar le limpide acque del Gange

Haridwar le limpide acque del Gange Prima parte: Dopo i giorni trascorsi a Rishikesh decido di scendere un poco più a valle ad Haridwar e di restare qui, in questa bella e animata città per qualche giorno. Qui il Gange è padrone di casa e tutta la vita, o quasi, gli gira intorno. E’ una citta molto animata, specialmente in questi giorni che precedono Maha Shivaratri

Avevo il desiderio di vivere il più vicino possibile al fiume, sentire scorrere le sue acque giorno e notte, udire le voci dei pellegrini, il dolce suono delle campanelle del tempio, la cantilena dei mantra. Qualche giorno prima ho cercato una sistemazione che avesse questa caratteristica, ovviamente ad un prezzo onesto. E così prima di mezzogiorno sono comodamente seduto sulla terrazza del Brij Lodge e il Gange scorre tre metri più in là. Impetuoso ” pulito ” e rumoroso.

Ma andiamo per ordine !

La notte ha fatto abbastanza freddo e per questo, non sono riuscito ad alzarmi presto come avrei voluto. Mi sono invece impigrito un poco a letto e questa non è cosa buona e giusta quando ti devi spostare in India.

Arrivo con un tuk tuk collettivo alla stazione dei Bus, il bigliettaio, appeso alla porta del colorato mezzo di trasporto, grida a squarciagola la destinazione ” Haridwar Haridwar “. L’autista procede piano piano , un metro e poi si ferma, un’altro mezzo metro e poi si ferma. E’ il segnale che manca pochissimo alla partenza e che a bordo rimane un poco di spazio per qualche ultimo passeggero. salgo quasi al volo. Il Bus questa mattina è decisamente affollato, più del solito devo dire, colpa mia sarei dovuto partire molto più presto ma il tempo incerto mi ha scoraggiato. Ho aspettato che si alzasse un poco la temperatura. Ho salutato Singh, ho chiuso la porta della stanza di Rishikesh e con il mio piccolo zaino in spalla, mi piace viaggiare leggero, mi sono messo in marcia.

Salgo sul bus e nel togliermi lo zainetto dalle spalle, e meno male che è piccolo, faccio volare via gli occhiali da sole dal naso di un ragazzotto dalla capigliatura  Bollywoodiana. Il ganzo mi maledice, mi fulmina con gli occhi non più coperti dalle lenti scure. Non capisco le parole ma i gesti sono più che comprensibili. Sorrido e chiedo scusa, imbarazzatissimo, continuo a chidere schusa e a sorridere.

Ho attirato l’attenzione di tutti i viaggiatori, ora mi guardano con compassione. Io continuo a sorridere e resto lì compresso tra il ragazzo con gli occhiali in mano, disperatamente intentoa raddrizzarerne la bacchetta e due anziani saliti dopo di me. lo zainetto è finito, passando a mano sopra le teste, sul copri motore del bus tre metri più in là, dove si stipano solitamente i bagagli a mano. L’autista ogni volta che mette la terza gli da una botta con la leva delle marce. Non ho niente di delicato lì dentro e non mi preoccupo, mi preoccupo invece ogni volta che incontro lo sguardo inferocito del Bollywoodiano, mi preoccupo ancora di più ogni volta che il vecchietto dalla barbetta bianca tossisce e scatarra come fosse infetto da chissa quale morbo e in punto di morte.

Il viaggio è, per i motivi sopra riportati non troppo gradevole. Grazie agli dei è un tragitto breve e stoicamente resisto. Da uno spicchio di finestrino rimasto libero vedo la zona di Har Ki Pauri , urlo stop please come fosse una questione di vita o di morte. L’autista inchioda, il mio zaino passa sopra decine di teste, saluto sorridendo, il ragazzo con in mano gli occhiali storti non contraccambia, anzi , scendo e il bus riparte fumando nero come solo i bus indiani sanno fumare.

Haridwar

Sono stato scaricato sulla provinciale, salto il fossato che divide la strada da un enorme parcheggio sterrato. E’ incredibilmente affollato. Camion trasformati in abitazioni, tende, bus, moto e scooter occupano ogni spazio disponibile.. C’è chi cucina, chi canta, chi gioca, insomma un mondo di colori nel mondo colorato dell’india.

Attraverso il parcheggio, zizago tra la folla e i mezzi parcheggiati, devo attraversare il Gange. Cerco di orientarmi seguendo la gente che cammina incolonnata. Dopo poco sono su un ponte e poi un’altro e finalmente raggiungo la riva opposta. L’acqua scorre impetuosa, risalgo la sponda del fiume, venditori e pellegrini occupano gran parte del passaggio. Una scritta su di un piccolo cartello sopra un cancello in ferro Brij Lodge, eccolo finalmente. Sono arrivato, la mia dimora sul Gange è qui. Sono estremamente felice è proprio dove volevo, a due passi dal fiume. Lascio i documenti al ragazzo della reception, mi da le chiavi del lucchetto. Apro la pesante porta, butto lo zaino sul letto, rido da solo pensando alla storia degli occhiali, faccio una doccia Indian style. Mezz’ora più tardi sono seduto in un affollato ristorante ed aspetto il mio pranzo.

Che notte di trambusto, il suono delle acque del Gange che, speravo con il loro scorrere accompagnassero i miei sogni, non si è potuto sentire, coperto da campane, campanelle e campanacci, canti, cantilene e balli. Una notte di festa che continua anche ora mentre, alla luce di una torcia sto fermando su un foglio questi miei pensieri. Continua ancora ora quando manca poco al sorgere di un nuovo giorno. Continuerà anche quando uscirò di nuovo per non perdermi lo spettacolo dell’inizio dell’alba, ringraziando dio.

Questa notte

Ho gironzolato senza meta per un tempo indefinito, ho bevuto del latte caldo, bollente. Gustato delle patate dolci e lime. Bevuto una quantità di chai indefinita. Invitato a scattare innumerevoli selfie, insomma una serata intensa. Pensavo che dopo il Ganga Aarti. il mondo intorno al Gange si fermasse, che gli indiani festanti, ormai esausti, andassero a dormire. Indubbiamente mi sbagliavo. La festa è continuata tutta la notte, viva, festosa e partecipata,

Così non sono andato a dormire e ho passato la notte sulle sponde delle limpide acque del Gange, spostandomi di tanto in tanto, osservando, contemplando, godendo dello spettacolo gratuito più bello del mondo: la vita. Ho comprato conchiglie, collane e bracciali. Ho scordato il tempo e il luogo. Ho ignorato che il sole fosse tramontato da tempo. Ho sentito l’umidità della notte infilarsi nel collo della giacca, Ho sentito il desiderio di dormire ma le luci e i suoni imprigionano la mente e impediscono il distacco da questo turbinio di suoni colori e follia.

é di nuovo mattina

Tra poco sarà di nuovo giorno e sulle sponde del Gange migliai di pellegrini renderanno omaggio al sole. Anche se la stanchezza si fa sentire non voglio perdermi l’alba. Lascio diario e penna sul letto, mi sciacquo il viso, infilo i sandali, chiudo il lucchetto della guest house. Esco con cappello e felpa, ottima idea, fa davvero freddino. Non ho pensato ai piedi che coi sandali e senza calze gridano pietà. Scendo pochi gradini, apro il robusto cancelletto di ferro e sono nuovamente tra la folla.

Cammino qualche centinaio di metri, il venditore di chai mi riconosce, con un cenno di mano mi invita a sedermi sul muretto in pietra. Cerco nelle tasche le dieci rupie, le poggio sul banchetto. La tazza in cotto è piacevolmente bollente. Volgo lo sguardo a est il cielo comincia a schiarire, lo spettacolo inizia. Un brivido corre lungo la schiena forse per l’emozione o forse per i piedi gelati. Sono felice di essere qui in questo momento e in questo luogo. Sono felice di prender parte alla festa. Fisso l’istante nella mente, tornerà utile nei momenti di sconforto.

“Cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?”

ISABEL ALLENDE

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