Varanasi dove la fede diventa colore
Improvvisamente, un giorno, arrivi sul Gange, a Varanasi.
E lì capisci che la tua scala di priorità comincia a scricchiolare, come una scala di legno troppo vecchia per reggere il peso delle certezze occidentali.
Capisci che con ciò che hai speso per l’ultima pizza, a casa, lì una madre può mandare i figli a scuola per mesi.
E questa consapevolezza non ti colpisce come un pensiero: ti attraversa come una fitta.
Solo a Varanasi comprendi cosa siano davvero i colori.
Cosa siano gli odori.
Cosa possa dire uno sguardo.
Un attimo prima sei intrappolato in un ingorgo che sembra l’intero universo concentrato in un incrocio: uomini, animali, biciclette, risciò, clacson senza tregua.
Non riesci nemmeno a parlare con chi ti sta a un centimetro: la tua voce viene inghiottita da rumori che non sapevi potessero esistere.
E un attimo dopo sei sulla riva limacciosa di un fiume che sembra mare.
Un mare marrone.
E sulla sua superficie passa lento il cadavere di una pecora.
E ti chiedi dove sia la sacralità di quest’acqua.
Finché all’alba arrivano loro.
Migliaia di pellegrini.
Gente che ha camminato per giorni.
Che entra in quell’acqua densa e puzzolente con la devozione di chi entra nell’eternità.
E allora tutto diventa arancione.
Il cielo, i sari, le polveri, i fiori, la luce.
E capisci che credere è un’altra cosa.
Credere non è capire.
È lasciarsi andare.
È non vedere e non sapere.
È un’esplosione di colore.
È un canto infinito di cui non distingui l’origine.
È una colonna di bufali che fa il bagno.
È la scalinata immensa del ghat coperta di panni stesi ad asciugare.
Sono collane di fiori bianchi e fucsia che ti circondano come ghirlande vive.
Sono ombrelloni di bambù sotto cui siedono bramini antichissimi, che ti benedicono tra fumi d’incenso e sillabe sacre.
È un barbiere all’aperto, con solo uno specchio, un pennello e del sapone, in mezzo al nulla, in mezzo a tutto.
A Varanasi ci sono gli dèi.
Ce ne sono migliaia.
Ti sembra di sentirli respirare.
Spuntano sorridenti da minuscoli tempietti incastrati in ogni fessura dei muri, e ti accompagnano lungo vicoli così stretti che, se incontri una mucca, devi arrenderti e tornare indietro.
A Varanasi ci sono donne vestite di colore, sedute sulla soglia di case fatte di poco o di niente.
Intrecciano fiori, puliscono verdure, o semplicemente esistono, immobili come statue vive.
Ci sono bambini bellissimi, occhi neri enormi, denti bianchissimi.
Scalzi.
Vestiti di stracci.
Nudi di stracci.
Che giocano con l’aria.
E poi, al crepuscolo, ci sono le cremazioni.
Le pire accese lungo il fiume.
Il fuoco che rapisce lo sguardo.
I corpi che bruciano lentamente, finché pelle e carne scompaiono, e ciò che resta viene piegato su se stesso, come un maglione, prima di essere affidato al Gange.
Così pieno di morte.
Così pieno di vita.
La sera arrivano le cerimonie.
Le investiture dei nuovi bramini.
Preghiere, incenso, fuochi, luci di mille candele posate sull’acqua che scorre.
E il fiume diventa una strada stellata.
A Varanasi non c’è la speranza.
C’è il risveglio del mattino per arrivare alla sera.
Senza nulla nel mezzo.
E capisci che devi andartene, se non vuoi essere rapito.
Se non vuoi cominciare a desiderare di restare lì per sempre.
Dimenticando il tubo che gocciola.
La bolletta da pagare.
L’agenda degli appuntamenti.
I compleanni degli amici.
L’autunno.
L’inverno.
Il Natale.