Mahashivaratri
Ogni mese, quando la luna entra nella sua fase calante e arriva il quattordicesimo giorno, la notte appartiene a Shiva. È la Shivaratri, la notte sacra del dio asceta. Ma una volta all’anno questa ricorrenza si trasforma in qualcosa di assoluto, totale: Mahashivaratri, la Grande Notte di Shiva. Non una festa qualsiasi, ma una delle celebrazioni più intense e sentite dell’intero calendario hindu.
A Varanasi, chiamata anche Benares: la città di Shiva, gni pietra, ogni gradino, ogni ombra può essere una manifestazione del divino. Lungo i ghat, le grandi scalinate che scendono verso il Gange, si incontrano sadhu shivaiti coperti di cenere, la fronte segnata dalle tre linee orizzontali bianche, simbolo del dio. Al di là dell’acqua sacra, Shiva regna in una miriade di templi grandi e minuscoli, celebri o dimenticati. Varanasi non è solo il luogo ideale per celebrare la Mahashivaratri: è Shiva stesso che sembra abitare la città.

La festa ricorda un gesto primordiale. Quando dèi e demoni frullarono l’oceano di latte alla ricerca dell’amrita, il nettare dell’immortalità, emerse un veleno tanto potente da minacciare l’universo. Fu Shiva a berlo per salvare il cosmo, trattenendolo nella gola, che per questo divenne blu. Ma a Varanasi la Mahashivaratri è anche un’altra storia: il matrimonio del dio eremita con Parvati, la figlia delle montagne, l’unione tra ascesi e amore, distruzione e fertilità.
All’alba del giorno sacro, la città si risveglia immersa nel profumo dell’incenso. Tutti i templi, anche quelli chiusi e silenziosi per il resto dell’anno, aprono le porte ai fedeli. Fiori, latte, frutta e foglie di bilva si accumulano ovunque: sono le offerte prescritte dai testi sacri per placare e onorare Shiva. Ogni statua, ogni bassorilievo, ogni pietra dalla forma vagamente fallica – il lingam, simbolo per eccellenza del dio – viene lavata, cosparsa di polvere rossa e preparata per una venerazione che non si fermerà fino all’alba successiva.

L’atmosfera è ipnotica, quasi febbrile. Dopo l’abluzione rituale nel Gange, una folla compatta risale i gradini: uomini e donne in abiti nuovi, bambini eccitati, pellegrini stanchi ma luminosi. Tutti si disperdono tra i templi, cercando di accumulare il maggior numero possibile di darshan, le visioni del dio attraverso le sue icone. Dalle porte delle case entrano ed escono donne avvolte in sari di seta, sacerdoti controllano che tutto sia pronto nel tempio di famiglia, mentre la notte scende lentamente su una città che non dorme, veglia.