India e cricket
Un desiderio incompiuto.
C’è un sogno che, per un motivo o per l’altro, nei miei viaggi in India non sono ancora riuscito a realizzare: assistere a una grande partita di cricket. Dico una partita vera, in uno stadio importante. Un incontro tra India e Australia, o meglio ancora, India contro Pakistan. Ho ancora speranza — Covid e destino permettendo — che un giorno accada. Se gli dèi vorranno.
Dico una grande partita, perché il cricket, in India, è ovunque. L’ho visto giocare in ogni stato, in ogni città, in ogni villaggio. Fa parte della vita quotidiana. Viaggiando su e giù per il subcontinente è impossibile non esserne contagiati almeno una volta.
Calcutta, 2015
È stata una giornata lunga. Calcutta affascina, ma sa anche sfinire. Ho mangiato qualcosa al New Market, ormai è quasi sera. Mi avvicino a un rickshaw: voglio tornare in guesthouse. Gesticolo, brandisco il biglietto da visita della struttura e cerco di farmi capire. L’esile omino che da una vita gira per Calcutta dondola il capo: ha capito. Sbatte con forza il palmo della mano sul sedile della portantina. “Accomodati, si parte!”
Attraversiamo vicoli stretti, insoliti, brulicanti di vita. Il rickshaw-wallah suona insistentemente la campanella per farsi strada tra tombini aperti, mucchi d’immondizia, moto e biciclette.
Poi, una curva improvvisa. E ci blocchiamo: la strada è chiusa. Una folla enorme impedisce il passaggio. Fari appesi agli edifici illuminano il quartiere. Un torneo serale di cricket sta animando la scena. È tutto organizzato con cura: altoparlanti annunciano i giocatori, grandi coppe sono esposte, i tifosi sono ovunque.
Scendo, pago il mio “taxista” e mi siedo a bordo campo. Vengo accolto con un’ovazione. È una festa. L’atmosfera è elettrica. E ho la netta sensazione che stasera andrò a dormire molto tardi.
Varanasi, 2018
È una splendida serata, c’è ancora un po’ di luce. Varanasi, a quest’ora, è pura magia. Mi piace sedermi sui gradini dei ghats e osservare la gente. Potrei restare lì per ore.
Seduto, con un chai in mano, attendo il momento di cenare. All’improvviso, alle mie spalle, un vociare crescente squarcia l’aria tranquilla: risate, urla, un frastuono festoso. Uno sciame di ragazzini sbuca dai vicoli. Corrono giù per i gradini come un fiume colorato e travolgente.
Raggiungono uno spiazzo dove alcuni bufali, placidi e indifferenti, ruminano sotto gli ultimi raggi di sole. Un ragazzino, più alto degli altri, impugna una mazza da cricket vecchia e scrostata. Inizia a dare ordini.
Un attimo dopo il gioco ha inizio. Il colpo secco della palla sul legno rimbalza nell’aria. Urla, schiamazzi, risate: chi corre, chi rincorre chi corre, chi aspetta il suo turno seduto. I colori si mischiano. Le ombre si allungano. I bufali continuano a masticare, impassibili. Qualche cane attraversa la scena, assorto nei suoi pensieri.
“Please, one more chai.”
Porgo dieci rupie al barista baffuto e sorridente, riprendo il cellulare dalla tasca e chiamo casa.
“Ciao, cosa stai facendo?”
“Sto guardando una partita di cricket. Sì, tutto ok. È già sera. Tra poco vado a cena.”
Madurai, 2016
“No, it’s not possible,” mi risponde il corpulento proprietario di un negozio sportivo, nascosto in un locale rialzato nel centro di Madurai. Lo spazio è stracolmo: mazze, palline, racchette, reti, scarpe, guantoni. Una sorta di caos perfettamente organizzato, come solo in India può accadere.
È il mio secondo tentativo. Avevo avuto la folle idea di barattare il mio vecchio tablet con una mazza da cricket. A Chennai non è andata bene. Qui almeno mi sorridono.
Appoggio il tablet sul banco e mi metto a curiosare. Poi sento: “Sir, Sir!”.
Mi giro: un omino in dothi bianco e camicia mi fa segno. È interessato al tablet e propone uno scambio: lui paga la mazza, io gli lascio l’apparecchio. Mi sta bene. In fondo era questo l’obiettivo: ottenere il mio kit da cricket senza tirar fuori un soldo.
Mi chiede di far valutare l’oggetto da uno zio esperto. Lo zio ha un negozio lì vicino. Ci vorranno pochi minuti.
Trenta minuti dopo, ritorna. Sorride, dondola il capo. “OK, Sir. Is OK. But I choose the cricket bat.”
Lascio fare. Chiedo solo che ci sia anche una pallina originale.
E così siamo contenti in tre:
Io ho il mio kit da cricket.
L’omino ha il suo tablet.